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Descrizione del territorio

I quattro comuni nei quali si sviluppa il progetto (Ruino, Zavattarello, Valverde, Romagnese) si collocano nel settore più occidentale dell’Oltrepo Pavese, in corrispondenza dell’alta Val Tidone, al confine tra la provincia di Pavia e quella di Piacenza.

Il Tidone è un breve torrente dell’Appennino piacentino, affluente di destra del fiume Po. Nasce a oltre 1000 m di quota da sorgenti situate sul versante settentrionale del monte Penice, nell’Appennino Ligure, in provincia di Pavia nel comune di Menconico. Scorre quindi in una stretta valle appenninica (la cui parte alta è in territorio pavese e le parti media e bassa in territorio piacentino) denominata appunto val Tidone, in cui è situato il piccolo borgo di Romagnese. In prossimità di Molato di Nibbiano, ove si trova il confine tra le province di Pavia e Piacenza, una poderosa diga realizzata negli anni venti del XX secolo forma il lago di Trebecco, un bacino di modesta estensione la cui acqua è destinata all’irrigazione e ad una piccola produzione di energia elettrica.

Mappa Distretto del Commercio Alta Val Tidone

Mappa Distretto del Commercio Alta Val Tidone


Dopo l’attraversamento di Pianello Val Tidone, il torrente abbandona gli ultimi rilievi collinari per intraprendere un corso piuttosto tortuoso nel breve tratto pianeggiante che precede la confluenza nel Po, presso Veratto di Sarmato. Il Tidone riceve lungo il suo corso gli apporti idrici di alcuni brevi torrenti che scendono dai circostanti rilievi montuosi. Tra di essi, i più importanti sono: il Morcione, il Tidoncello, il Chiarone e la Luretta.

Nonostante l’appartenenza geografica alla piacentina Val Tidone, i quattro comuni del distretto sono storicamente legati ai comuni dell’Oltrepo Pavese e della contigua Valle Staffora, alle quali appartengono anche da un punto di vista amministrativo, grazie all’appartenenza alla provincia di Pavia e alla Comunità Montana Oltrepo Pavese, con sede a Varzi.

Unica area appenninica in Regione Lombardia, rimasta ai margini dello sviluppo turistico connotante le aree alpine, primo ambito del Consorzio di Valle, costituitosi negli anni ’60, e quindi della odierna Comunità Montana, l’Oltrepo si è storicamente connotato e strutturato come via commerciale di collegamento tra la Pianura Padana e i porti liguri, principalmente Genova, tanto che ancora oggi è famoso per la Via del sale, percorsa dalle carovane di commercianti, che facevano sosta nel centro medioevale di Varzi.

Varzi fu il più importante centro politico ed economico in quel periodo e ospitò la sede politica dei Malaspina e la dogana per i traffici lungo la via del sale che dalla pianura attraverso i monti portava al golfo di Genova. Tale percorso segnò la fortuna del luogo e dei Malaspina che avviarono un fiorente commercio di sale e di altre materie. Tuttavia alla fine del 1300 la stella dei Malaspina tramontò e anche il territorio dovette entrare nell’area di influenza del Ducato di Milano e quindi delle famiglie dei Visconti e degli Sforza. In questi secoli la via del sale continuò ad essere percorsa da flussi di genti come mercanti, pellegrini e militari, seguendo le dinamiche storiche e sociali del Piemonte e della Lombardia, fino ai tempi moderni.

Il fenomeno industriale di fine secolo fu il principale e dirompente avvenimento che cambiò quasi ovunque la fisionomia dei villaggi e dei paesi: la trasformazione arrivò prima in pianura, poi si estese velocemente anche verso la collina e la montagna, mutando ritmi secolari di vita e trasformando le tradizionali attività economiche legate all’agricoltura e all’allevamento.
Il 1900 si caratterizzò anche per il fenomeno dell’emigrazione, che per anni interessò le popolazioni montane che spinte dalle necessità si diressero o verso le città della pianura o ancora più lontano, verso l’America. Nel frattempo il processo di industrializzazione sembrava inarrestabile e comunque portare ricchezza e lavoro anche in queste valli: la bassa Valle Staffora fu servita fin dal 1891 da una linea tranviaria a vapore che collegava Voghera – Rivanazzano, allungata a Salice nel 1909. Un servizio di trasporto pubblico su gomma fu iniziato nei primi anni del 1900 e un autobus a vapore effettuò il collegamento tra Voghera e Varzi. Nel 1931 entrò in servizio la linea ferroviaria Voghera – Varzi che rimase in funzione fino al 1966: la sede ferroviaria e alcune piccole stazioncine sono ancora visibili lungo il percorso che risale la valle Staffora da Voghera a Varzi, oggi al centro di attenzione per una possibile riconversione a fini turistici.

La Seconda Guerra arrivò dura e terribile anche per queste popolazioni e come ovunque in Italia vi fu un brusco arresto nel processo di crescita e tutto fu riconvertito in funzione bellica. Il dopoguerra fu, come nel resto del paese, un periodo di notevole difficoltà economica e la popolazione montana ancora una volta, fu costretta a cercare miglior fortuna e un lavoro emigrando verso terre lontane (America, Europa del nord) o cercando lavoro nelle fabbriche delle grandi città della pianura (Voghera, Pavia, Milano, Torino, Genova). In questo periodo inizia un fenomeno che è ancora diffuso, quello del pendolarismo, che vede tanti uomini e donne ogni giorno impegnati a raggiungere i lontani posti di lavoro in pianura, con notevole maggiorazione di fatica e risorse. Il boom economico degli anni ’60 interessò anche questa area, anche se in modo diverso e con differente intensità da zona a zona. L’area a ridosso della pianura per motivi logistici, in quanto inserita sulle principali vie di comunicazione, fu privilegiata con la localizzazione delle grandi fabbriche: Voghera e la periferia si svilupparono in quel periodo notevolmente, anche a livello demografico e attirano molte persone delle aree montane.

Varzi, il capoluogo dell’area montana, per storia e per posizione logistica, fu al centro di un vivace processo di industrializzazione negli anni ’50, quando nella cittadina montana si insediarono alcune realtà industriali ( Lavezzari, Zincor).

Tuttavia dopo gli anni del boom economico, arrivò pesante la crisi che oltre alla regressione economica ha portato ad un livello preoccupante il fenomeno dello spopolamento dell’area montana, con punte che in alcuni casi fanno rischiare la definitiva scomparsa di insediamenti. Le conseguenze per il territorio sono visibili in termini di chiusura di scuole, riduzione o scomparsa di servizi di pubblica utilità quali poste, negozi, postazioni mediche, aziende.

Il boom economico e le dinamiche demografiche ed economiche dagli anni 70 in poi hanno contribuito a creare una sorta di forbice dello sviluppo locale e a definire aree a diversa tipologia socio-economica, evidenziata da indicatori e dati: l’area della cosidetta Bassa Valle e l’area montana vera e propria, l’Alta Valle Staffora. Una forbice che tende ad allargarsi sempre più, in quanto la valle Staffora non presenta al suo sbocco, come avviene in altre vallate alpine, insediamenti produttivi e quindi possibilità di occupazione: le fabbriche storiche che hanno garantiti in passato il lavoro a tutta l’area, con percorrenze sostenibili, sono state progressivamente chiuse sia a Voghera che a Pavia, allungando sempre di più i tempi tra sede di lavoro e abitazione e costringendo quindi le persone che abitavano più lontano a spostarsi definitivamente.

……Delle tre parti in cui si usa dividere la provincia di Pavia, l’Oltrepo (1089 km2) è quella che possiede la maggiore diversità d’aspetti geografici ed ambientali. È un lembo di territorio lombardo che si spinge entro l’Appennino assumendone tutte le caratteristiche: una breve pianura alluvionale; una fascia collinare ad andamento digitiforme, talvolta movimentata e incisa da intense erosioni che sono dovute alla presenza di argille scagliose e calcari marnosi; un settore montano, dai lunghi profili, dai versanti spogli, pure instabile, dove affiorano rocce dure, serpentini e ofioliti. Alla varietà dell’orografia corrisponde la varietà delle vocazioni agrarie: campagna a prato e cereali nella piana, versanti pettinati a vigneto sulle colline, groppe e pendii pascolivi o boscati sulla montagna. Ne discende un paesaggio che non trova monotonie di sorta e dove la disposizione degli insediamenti ha fatto della particolare morfologia dei luoghi una condizione per l’arricchimento del contesto: frequenti le collocazioni di crinale, alla base o all’intorno, di preesistenze castellane; diffusa la distribuzione di piccoli nuclei, casali (con una ricchezza di toponimi che non trova riscontro in altre parti della regione); rare le case isolate.

Dal passato storico di queste terre, attraversate da non secondarie vie di comunicazione commerciale tra la Pianura Padana e i porti liguri, derivano la collocazione rilevata, l’emergenza visiva dei siti, le necessità di avvistamento e di controllo, quelle di difesa e di raccolta. Una complessa trama di tenimenti feudali sulla gestione di traffici e commerci basava fortune e ricchezze, e neppure le pretese di comuni (ora Pavia, ora Piacenza) e signorie, o le offese di eserciti di stanza o di passo, riuscirono completamente a scalfirle. “Bona spina malis, Mala spina bonis” è l’impresa che Opizzo legò allo stemma della famiglia che dopo il Mille ebbe gran parte di queste valli; quella della Staffora in particolare, che i Malaspina tennero come punta estrema di domini estesi su larga parte dell’Appennino ligure-emiliano. Dal fortilizio di Oramala loro fu l’amministrazione dei traffici lungo la via transappenninica del Brallo, che da Varzi – come testimonia tuttora la struttura mercantile del borgo – aveva il suo centro di controllo e di esazione dei pedaggi. L’alta val Tidone, dal varco di Pietragravina a Zavattarello e Romagnese attenne invece ai possessi dei Dal Verme; ai Beccaria, vassalli dei Visconti, il controllo delle 13 signorie alpestri; ai conti di Pomello altre propaggini che preludevano ai più vasti possedimenti di pianura. Sensibile la presenza religiosa nell’Oltrepo montano per l’influenza che il monastero bobbiese di San Colombano ebbe a sviluppare nell’alto Medioevo.

La tradizione che volle l’Oltrepo in parte autonomo ed estraneo alle comuni vicende regionali, le circostanze politico-militari (guerra di Successione austriaca) che dal 1743 al 1859 lo inclusero nei domini sabaudi, le aperture linguistiche e culturali verso l’Alessandrino e l’Emilia rendono certamente singolare l’appartenenza di queste terre alla Lombardia.

La stessa struttura economica, per molti aspetti ne differisce. A una fascia pedecollinare ricca, dove si situano i centri industriali maggiori (Stradella. Broni, Casteggio e la “capitale” Voghera), corrisponde, superata la fascia vitivinicola collinare base di questa prosperità, un retroterra emarginato dallo sviluppo, dove l’abbandono si manifesta nello spopolamento di comuni e frazioni e, con maggior entità, nel dissesto geologico che consegue al cessato governo dei suoli (su 78 comuni oltrepadani, ben 51 sono soggetti a processi di questa natura). A una mai decollata riconversione turistica – se si eccettua il fenomeno della seconda casa – supplisce oggi un programma di interventi straordinari finanziato da Stato e Regione.

(Touring Club Italiano. Guida rossa Lombardia)

Aree protette

Nell’area dei quattro comuni interessati dal progetto sono presenti diverse aree protette di grande valore naturalistico ed ambientale.

Parchi di interesse sovracomunale (Plis):

Parco del Castello Dal Verme (Zavattarello)

Il Parco, inserito nell’Oltrepò Pavese, comprende l’intera montagnola sulla quale sorge l’antico Castello Dal Verme. Gran parte dell’area è ricoperta da boschi, al cui interno sono presenti querce plurisecolari, frassini, casatagni, tigni e olmi. Tra le specie del sottobosco spicca la presenza del ciclamino. Fra gli animali che popolano la zona è segnalato il capriolo, il daino, la volpe, il tasso, lo scoiattolo e la puzzola.

Parco del Castello di Verde (Valverde)

L’area boschiva di interesse naturalistico abbraccia lo sperone roccioso sul quale è arroccato il torrione medievale del Castello ed è caratterizzata nel versante nord da un ceduo di alta collina e in quello a sud da un arbusteto di specie pioniere. La collina si erge, con una quota di circa 750 m, tra la Val Tidone e la Valle Staffora, offrendo un punto d’osservazione tale per cui, nelle giornate limpide, l’occhio coglie non solo le cime più alte dell’Appennino Pavese fino alle città di Piacenza, Pavia, Milano, ma anche la cornice alpina. Recentemente una zona del Parco è stata adibita a “Sentiero delle Farfalle”, cioè area in cui, grazie alla messa a dimora di piante nutrici dei bruchi e piante nettarine o aromatiche che attirano i Lepidotteri adulti che sono quindi particolarmente facili da osservare.

Aree di interesse naturalistico:

Giardino botanico alpino di Pietra Corva (Romagnese)

Il Giardino alpino di Pietra Corva si trova nel Comune di Romagnese sulle pendici del Monte Pietra di Corvo a 950 metri s.l.d.m. È stato fondato da Antonio Ridella, veterinario e naturalista, e nel 1967 è stato aperto al pubblico. Scopo del giardino è di «conservare ed adattare piante d’alta quota provenienti da sistemi montuosi di tutto il mondo». [1] Il Giardino ha anche scopi didattico–educativi, di ricerca, e turistico–economici. Attualmente è gestito dalla Provincia di Pavia e fa parte della Associazione Internazionale Giardini Botanici Alpini. Dal 2004 ospita il Centro Studi dell’Appennino Settentrionale

Caratteristica del giardino è la presenza di circa cinquanta specie tipiche di ambienti ofiolitici, dovuto al fatto che il Monte Pietra di Corvo è un antico affioramento di roccia vulcanica di colore nero. Le specie presenti nel giardino sono circa 1200. Nonostante la comune collocazione geografica, che inserisce i quattro comuni in dinamiche territoriali di scala più ampia, ognuno di essi ha caratteristiche ben precise, tanto dal punto di vista storico, quanto da quello socio culturale.

Ruino

Il territorio comunale comprende la zona collinare posta nella parte orientale dell’Oltrepo Pavese, e si estende su un’infinità di colline dalle quale è possibile ammirare svariati panorami: pinete, prati, campi, vigneti ed in lontananza la pianura padana e le Alpi. Gli abitanti si distribuiscono nelle numerose frazioni, i cui centri maggiori sono rappresentati da Ruino e da Pometo, dove ha sede il municipio. Nel 1923 il paese passò alla provincia di Piacenza, per poi tornare a Pavia nel 1926; il comune di Ruino fu ricostruito solo nel 1947. Sotto il profilo economico, le maggiori risorse provengono dall’agricoltura e dall’allevamento del bestiame. La zona di Pometo è importante per la coltivazione della vite con una importante produzione vitivinicola, alla quale sono dedite la maggior parte delle aziende agricole. Numerose imprese artigiane e commerciali sono attive nella produzione di prodotti del suolo e dell’allevamento. Nel territorio sono altresì presenti estese zone boschive che, unitamente alla bellezza dei luoghi e alla purezza dell’aria, favoriscono un buon movimento turistico con la presenza di un numero molto elevato di strutture agrituristiche.

Da segnalare

La chiesa parrocchiale di Pometo, di recente costruzione, è dedicata alla Madonna di Fatima, e ripropone lo stile romanico attraverso l’eleganza del mattone e della pietra.
In località Torre degli Alberi si conserva in ottimo stato il Castello, posto sulla sommità di un poggio boscoso; sul piazzale sorge un oratorio all’interno del quale sono custodite tele incorniciate del XVII secolo. Sul territorio comunale e limitrofo sorgono altri due castelli ubicati a Ruino e a Montuberchielli; le tre torri dello stemma comunale ricordano appunto i tre castelli.
Una importante testimonianza del passato è rappresentata dal Santuario di Montelungo, la cui storia risale al medioevo di Carlo Magno, poi ricostruito all’inizio del 1700, mentre l’attuale chiesa è stata edificata nel 1929. (fonte: www.gal-oltrepo.it)

Valverde

Il nome Valverde è stato assegnato di recente ad un territorio che riunisce parecchi centri abitati, il maggiore dei quali ospita il Municipio e le altre strutture pubbliche. Lo stesso nome di Valverde richiama le caratteristiche principali della zona, ricca di torrenti e boschi dove la vegetazione acquista una particolare tonalità di verde, che potrebbe aver favorito il toponimo. Il Comune è stato aggregato, in tempi diversi, al limitrofo territorio di Zavattarello e riacquistò l’indipendenza municipale solo nel 1956.

L’agricoltura rappresenta la risorsa più significativa della zona, con abbondanti aree coltivate a frumento e foraggi, e con la presenza di diversi frutteti. L’allevamento del bestiame si concentra in poche aziende locali, mentre completano il quadro delle attività produttive, le aziende artigianali e le infrastrutture turistiche. Ai mestieri attinenti alle attività del Castello, derivano i nomi di alcuni centri abitati: Calghera (scarpa), Casa Panettieri (pane), Casa Balestrieri (balestre), che si tramandano la memoria di queste occupazioni. Un notevole incremento si è avuto con il turismo che si va sempre più potenziando grazie alla buona ricettività alberghiera, accompagnata da una cucina pregiata con le specialità gastronomiche dei vari ristoranti.

Da segnalare

Il Castello di Valverde è denominato “Castello Verde”; i ruderi sono raggiungibili tramite la strada che sale dalla Frazione Casa Andrini. Il suo passato di sede dei membri della fazione guelfa, è divenuto patrimonio della cultura popolare. 
Attiguo al castello si trova un suggestivo bosco ricco di essenze particolari, circondato da una balaustra da dove è possibile ammirare uno straordinario panorama.
Nelle vicinanze della rocca si erge la Chiesa dedicata alla Madonna della Neve, fatta costruire dai Malaspina nel ‘600.
Degna di nota è la Chiesa parrocchiale di S. Stefano, che conserva ancora importanti elementi architettonici di origine romana. (fonte: www.gal-oltrepo.it)

Zavattarello

Il territorio comunale di Zavattarello si estende nella parte inferiore dell’alta Val Tidone, in una zona piuttosto mossa per le piccole valli che si immettono nei torrenti Morcione e nello stesso Tidone. La vegetazione è di tipo boschivo, in particolare spiccano castagneti e faggete, contesto ideale per gli amanti delle passeggiate all’aria aperta. La scoperta di reperti archeologici del periodo neolitico e dell’età romana, dimostrano l’antico popolamento della zona. Alcune caratteristiche architettoniche si possono tutt’oggi individuare nell’antico borgo del capoluogo, dove sorgono edifici ristrutturati in pietra locale, che conservano la struttura tipica medioevale. Per la morfologia del paesaggio, questa zona si dimostra ottimale per la coltivazione di frumento, erba, e frutteti, conferendo al paese la prevalente caratteristica di centro agricolo.
Il Comune di Zavattarello si colloca tra le poche località dell’alto Oltrepò che forniscono numerosi servizi per l’economia e le persone, non solo per la presenza di una cospicua popolazione residente, ma anche per le numerose infrastrutture produttive funzionanti sul territorio: all’agricoltura e all’allevamento si affianca, infatti, un settore secondario in crescita, che vede l’evolversi di maglifici e imprese artigiane del legno e del ferro. Per il fascino del suo ambiente naturale, questa zona riveste anche un notevole interesse turistico.

Da segnalare

Il Castello Dal Verme domina dall’alto di un poggio le valli sottostanti del territorio comunale di Zavattarello. L’edificio risale al X secolo e nonostante i gravi danni subiti nel corso del tempo, mantiene intatta la testimonianza della passata civiltà; nel 1975 la famiglia Dal Verme donò il complesso fortificato al Comune di Zavattarello che lo ristrutturò accordando l’apertura al pubblico. Al centro del capoluogo comunale è di notevole interesse anche l’oratorio di San Rocco di antica fondazione: all’interno si conserva un antico tabernacolo. (fonte: www.gal-oltrepo.it)

Oggi Zavattarello appartiene al club dei Borghi più belli d’Italia, promosso dal Touring Club Italiano.

Nel marzo del 2001 nasceva il club de I Borghi più Belli d’Italia su impulso della Consulta del Turismo dell’ Associazione dei Comuni Italiani (ANCI). Questa iniziativa è sorta dall’esigenza di valorizzare il grande patrimonio di Storia, Arte, Cultura, Ambiente e Tradizioni presente nei piccoli centri italiani che sono, per la grande parte, emarginati dai flussi dei visitatori e dei turisti.
Sono infatti centinaia i piccoli borghi d’Italia che rischiano lo spopolamento ed il conseguente degrado a causa di una situazione di marginalità rispetto agli interessi economici che gravitano intorno al movimento turistico e commerciale.

Per questo si è deciso di costituire un Club di Prodotto che raccogliesse le giuste esigenze di quegli amministratori più accorti e più sensibili alla tutela e alla valorizzazione del Borgo e che intendessero partecipare con convinzione ad una struttura associativa così importante ed impegnativa. Per essere ammessi occorre infatti corrispondere ad una serie di requisiti di carattere strutturale, come l’armonia architettonica del tessuto urbano e la qualità del patrimonio edilizio pubblico e privato, e di carattere generale che attengono alla vivibilità del borgo in termini di attività e di servizi al cittadino.

Occorre inoltre impegnarsi per migliorare continuamente tali requisiti in quanto l’ingresso nel Club non ne garantisce la permanenza se non viene riscontrata una volontà, attraverso azioni concrete, di accrescerne le qualità. Per questo il nostro Club, che non è stato creato per effettuare una mera operazione di promozione turistica integrata, si prefigge di garantire attraverso la tutela, il recupero e la valorizzazione, il mantenimento di un patrimonio di monumenti e di memorie che altrimenti andrebbe irrimediabilmente perduto.

L’Italia minore, quella a volte più sconosciuta e nascosta, rappresenta al meglio il dipanarsi della storia millenaria che ha lasciato i suoi segni indelebili soprattutto in questi luoghi rimasti emarginati dallo sviluppo e dalla modernità a tutti i costi. Non proponiamo dei Paradisi in Terra ma vogliamo che le sempre più numerose persone che ritornano a vivere nei piccoli centri storici e i visitatori che sono interessati a conoscerli possano trovare quelle atmosfere quegli odori e quei sapori che fanno diventare la tipicità un modello di vita che vale la pena di “gustare” con tutti i sensi.

Questo sito vi propone un piccolo assaggio che potrete approfondire meglio attraverso la GUIDA e gustare fino in fondo con una “gita”.

Fiorello Primi
Presidente Club dei Borghi più belli d’Italia

Romagnese

Il territorio del Comune di Romagnese sorge in una pittoresca posizione, racchiuso dai versanti dei monti Penice, Calenzone, Pietra di Corvo, nell’alta Val Tidone al confine con la provincia di Piacenza. L’antico nome di Romagnese ha origini latine e il fatto suggerisce che il paese fosse già abitato in età romana, la cui storia medioevale è strettamente legata al vicino centro di Bobbio: infatti nel 1923 il paese passò alla provincia di Piacenza e solo pochi anni dopo venne sancito il ritorno alla provincia di Pavia. 
Attorno al capoluogo comunale di Romagnese, sono disseminate numerose frazioni, tutte caratterizzate da strette vie sassose, da case in pietra grezza e da fienili che si affacciano su piazzette simili ad aie.

Il Comune di Romagnese ha un’economia prevalentemente agricola, ben associata all’allevamento del bestiame, in aziende private ed in cooperative locali. Tra le principali attività si evidenziano quelle dell’edilizia, dell’artigianato e della maglieria. Il capoluogo comunale e le numerose frazioni, sono da considerarsi rinomati centri di villeggiatura estiva ed invernale; infatti offrono ampio spazio al turismo, favorito dai pregi naturali e dalle bellezze dei luoghi, ai quali si aggiunge la buona organizzazione ricettiva della zona.

Da segnalare

Il Castello, oggi sede degli uffici comunali, è costruito in pietra locale ed ospita al suo interno il museo di arte contadina. La chiesa parrocchiale, dedicata a San Lorenzo, risale alla fine del Cinquecento, e al suo interno è conservata un’antica tela di scuola veneta dello stesso periodo. Compreso nel territorio comunale di Romagnese, sorge il Giardino Alpino di Pietra Corva, collocato sulle pendici del Monte Pietra di Corvo, un giardino botanico che conserva specie provenienti da tutto il mondo attraverso lo scambio dei semi e costituisce meta di escursioni didattiche. Fu progettato con il preciso intento di collezionare specie tipiche delle zone più elevate di diversi sistemi montuosi; attualmente vanta varie centinaia di esemplari di flora Appenninica ed Alpina, raccolte in varie zone italiane a all’estero. (fonte: www.gal-oltrepo.it)

A Romagnese si è conservato, unico caso in tutto il territorio delle Quattro Province, un ciclo pasquale completo, commisto di elementi sacri e profani. I riti della Pasqua hanno inizio il Giovedì santo con la processione che parte dalla chiesa parrocchiale e raggiunge l’oratorio di Casa Picchi, al seguito di un penitente incappucciato e anonimo che porta una croce di legno alta tre metri, simboleggiando l’ascesa di Cristo al Calvario. Il Venerdì santo fanno la loro comparsa i falò rituali che illuminano le tenebre serali in vari punti della valle quando la processione con il Cristo morto fa il giro del capoluogo. La sera e la notte del Sabato santo è la volta della questua itinerante e canora che avviene con modalità del tutto simili a quelle dei cantamaggio, ed è finalizzata alla raccolta delle uova necessarie per cucinare le frittate che costituiscono il pasto collettivo che sancisce e suggella un ciclo di eventi di alto valore comunitario.

Romagnese è l’unico paese delle Quattro Province dove si svolga attualmente un rito di questua nei giorni di Pasqua e non all’avvento di maggio, e questo nonostante la distanza dalla collina alessandrina, dove è diffusa la pratica del “cantar le uova” nel corso della Settimana santa. Qui il canto di questua prende il curioso nome di Galina griza (“gallina grigia”), dalle immagini concrete con le quali i suoi primi versi annunciano l’arrivo della primavera:

Süza süza, gh’è chí ‘l galante


de la vostra galina griza.


E la negra, e la bianca


püra che la canta [bis].


E gh’è chí la Santa Pasqua


con l’erba e coi bei fiori [bis],


e con l’erba e coi bei fiori


e la fresca rugiada [bis].

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